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Un mistero da risolvere per il commissario Clorofillo

27/03/2008



Era una notte buia e fredda, il fruscìo degli alberi si udiva a molta distanza e non c’era nessuno per le vie di Clavicolletta, una piccola città che si trovava al centro di un bosco. Il silenzio era padrone nella notte, ma solo fino alle h.2,43 il momento in cui un urlo agghiacciante prese il sopravvento sul silenzio; proveniva dalla casata di Marzio Valore, un uomo all’apparenza burbero, ma che, conoscendolo, era un uomo giocherellone e amante dei bambini. Sua figlia, Cinzia Valore, si alzò immediatamente e corse nella stanza del padre, dove uno spettacolo orrendo apparve ai suoi occhi: il padre era disteso per terra con un pugnale conficcato nel petto. La polizia, comandata dal commissario Clorofillo, raggiunse la casata e iniziarono subito le indagini; Cinzia fu interrogata e fece i nomi di alcuni nemici del padre tra cui Giacomo Martoni, il capo di un gruppo di malviventi, di cui il signor Valori aveva fatto parte. Cinzia sapeva che facendo quel nome avrebbe rischiato di morire come il padre, ma il dolore era troppo grande per incuterle paura; l’unica cosa che chiese alla polizia fu una scorta che la difendesse in caso di pericolo. Intanto, il commissario, fece rintracciare la moglie della vittima che si precipitò immediatamente a casa e, in preda alla disperazione, tentò il suicidio; per fortuna la figlia la fermò in tempo e la accompagnò dalla sorella che viveva in un paesino a pochi chilometri di distanza. Il commissario Clorofillo si concentrò soprattutto sull’arma del delitto e la fece analizzare dagli uomini della scientifica che, purtroppo, non rilevarono impronte digitali; così il commissario frugò nella stanza e in tutte le altre e trovò solo un pezzo di stoffa che somigliava a quella di una divisa da poliziotto. Chiese a tutti i suoi uomini se la divisa fosse intatta, quindi non trovò nessuno con la divisa strappata; si sentì più sollevato perché aveva trovato un indizio che lo portasse all’assassino, ma aveva anche scoperto che l’autore del delitto doveva essere un poliziotto. Incaricò uno dei suoi uomini di indagare sulla vita della vittima e sul suo passato per trovare altri indizi; l’unica cosa che scoprirono fu un arresto per aver ucciso la madre di un bambino mentre stava guidando la sua auto a 120 km/h. Clorofillo tornò a casa sua e non terminò le indagini nemmeno per riposarsi dopo la nottata stancante che aveva trascorsa; questo lo aiutò molto perché, indagando sulla vita del bambino, scoprì che era diventato un poliziotto. Ma nonostante il caso potesse sembrare risolto, il commissario sembrava pensieroso e incerto sulla sua scoperta, infatti, era stato troppo semplice scoprire tutto sulla vita del ragazzo e altrettanto semplice fu recarsi a casa sua e arrestarlo per sicurezza. Il ragazzo, che si chiamava Mauro Sarferto, si fece arrestare tranquillamente, come se non avesse niente da nascondere, cosa che insospettì ancora di più Clorofillo, che non si arrese e continuò le sue ricerche. Il giorno seguente, al commissariato, si presentò una donna dicendo che conosceva il fratello di Mauro Sarferto e che era ancha lui un poliziotto. Clorofillo ascoltò con attenzione ciò che diceva la donna e iniziò le indagini sull’uomo subito dopo. Riuscì a scoprire che si chiamava Claudio Vischio e che non si sapeva chi fosse la madre; che era stato abbandonato davanti ad un convento e che era stato adottato quando aveva 5 mesi. Il commissario si avviò subito verso la casa dell’indiziato e lo arrestò con qualche difficoltà; questa volta si sentiva sicuro e sapeva che quell’uomo era l’assassino. Si recò al distretto di polizia dove lavorava Claudio Vischio e chiese al commissario informazioni sulla sua divisa; scoprì che il possibile assassino aveva chiesto di cambiarla qualche giorno prima e che quella vecchia si trovava ancora nel suo armadietto. Dopo un’attenta osservazione, notò un buco che coincideva con il pezzo di stoffa mancante; ora aveva una prova della sua colpevolezza. Lo interrogò e capì quale fosse il
Vicè 91

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