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Disavventure in mare...

20/02/2013


 

 

Circa 3-4 anni fa io e la mia famiglia siamo andati in vacanza in Puglia, a trovare i miei parenti materni. Faceva molto caldo,così io, mia mamma, mio padre, mio fratello, mio zio e mia zia siamo andati al mare. Dopo essere arrivati, concessi a mia madre soltanto 30 secondi per mettermi la crema solare, perchè la vista del mare non è da tutti i giorni. Mi avvicinai al mare, acqua fredda, forse gelida, ma quell’acqua trasparente e cristallina mi aveva fatto dimenticare tutto.Si vedevano dei piccoli e colorati pesci e dei ricci di mare pericolosi. Ho aspettato che il mio corpo si abituasse alla temperatura dell’acqua dopodiché, iniziai ad avanzare sempre più ,finché non mi arrivò al bacino e così mi tuffai. La sensazione di essere immersa mi dava gioia, perché mi capita poche volte all’anno o addirittura ogni2-3 anni. Io amo l’acqua, soprattutto quando è così cristallina. Ho aperto gli occhi e ho visto il fondale e i pesciolini che mi nuotavano attorno. Nuotai fino a toccare il fondale. Presi un po’ di sabbia che scomparve velocemente, trascinata dalla corrente dell’acqua. Risalii  in superficie e mi guardai attorno: tanti bambini ma anche adulti che giocavano insieme allegramente. Passato un po’ di tempo, mio fratello e mio zio avevano deciso di andare a nuotare a largo così ho chiesto se avessi potuto andare con loro; ebbi il loro permesso e cominciai a nuotare. Man mano che si procedeva l’acqua si faceva sempre più fredda, al punto da avere i brividi. Non me la sentivo più di andare avanti ma avevo paura di tornare indietro da sola. Mi guardai attorno. Quell’acqua trasparente e cristallina di cui ero circondata da circa 40 minuti, era cambiata; era diventata scura, cupa, non riuscivo più a vedere il fondo e ogni tanto sentivo qualcosa sfiorarmi le gambe. Ero stanca, ma volevo dimostrare che ce la potevo fare, anche se le mie gambe erano senza forze. Proseguii con loro, ma dopo altri 15 minuti ero davvero stremata, così mi attaccai alle braccia di mio zio. Non mi ricordo né come né perché, ma so che quando mi sono girata loro non c’erano più,o meglio, c’erano, ma erano andati ancora più avanti. Non ce la facevo a raggiungerli. Li guardavo e mi sembravano dall’altra parte del mondo; mi sembravano lontani un miglio, mentre in realtà erano solo a 15 metri. Quando guardavo l’acqua o vedevo e  sentivo qualcosa avevo paura che fossero squali,anche se sapevo benissimo che erano solo pesci. A un certo punto crollai, nel senso che le mie gambe smisero di muoversi e iniziai a bere acqua, quell’acqua salatissima che mi circondava; quella stessa acqua che a riva sembrava innocua. Continuavo ad andare sott’acqua e poi a risalire, per prendere aria, ma l’acqua non mi permetteva di respirare, perchè era come se mi trasportasse giù, verso il fondale, un fondale di cui non riuscivo a decifrare la distanza dai miei piedi; e un fondale che sembrava non esistesse e che al suo posto ci fosse un buco nero che mi continuava a risucchiare. Così caricai le gambe, spingendomi in superficie con le braccia; i miei piedi iniziarono a muoversi quasi in automatico. Riuscii a riemergere. Feci un bel respiro e gridai: Zio, torna qui!”. Ho urlato circa tre, quattro volte e dopo avermi sentito sia mio zio che mio fratello, vennero a soccorrermi ed io mi attaccai alle braccia di mio zio che mi riportò a riva. indietro e io mi sono attaccata alle braccia di mio zio che mi ha riportata a riva.
di
Giada Cossu
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Come tutti i giorn
i, dopo aver finito l’ennesimo libro, io e mia cugina andammo a farci una nuotatina; non eravamo a largo, poichè stavamo giocando a palla. Dopo una noutata e un po’ di passaggi a pallavolo sentimmo la sorella di mia nonna, che io considero un po’ come una zia, chiamarci: "Ragazzil yamm’ngell a mangià". Dopo aver tradotto le sue parole ci avviammo verso la spiaggia. Io ero ancora lontana dalla riva mentre mia cugina era già quasi uscita dall’acqua. A un certo punto l’atmosfera cambiò, più mi avvicinavo alla riva e più l’acqua era profonda e poi tutto d’un tratto tornava bassa; nessun problema bastava nuotare. Feci qualche centimetro, ma poi qualcosa mi bloccò la caviglia, non sapevo cosa fosse ma sentivo che mi trascinava giù, sempre più... Andai nel panico, cercai di fare qualcosa; levarmi quella specie di trappola e tornare a riva, ma più mi dimenavo e più quella cosa cercava di tirarmi giù. Mia nonna mi vide fare uno strano gesto con la mano che assomigliava a un saluto, anche se era un gesto disperato di aiuto; disse a mia cugina: "guarda che belli, ci sta a salutà". Mia cugina, insospettita da ciò che le aveva detto mia nonna, si girò verso di me e si accorse che facevo troppi movimenti strani per essere un saluto. Io, cercando di liberarmi ,le diedi innavertitamente le spalle e lei mi prese per i capelli e mi portò a riva rusciendo, con la sua forza, a strappare ciò che mi teneva intrappolata. Successivamente ci accorgemmo che era un pezzo di scotch, attaccato ad un grosso sasso. 
di
Elisa D’Amato



Autori Vari_ classe 2^ B_Media_"Verdi"_Corsico_(MI)

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