Pubblicazioni di Giovanni Certomà
Il filosofo dimenticato
Il filosofo dimenticato
Morale e società giusta in Erminio Juvalta
di Giovanni Certomà
- Laura Rangoni Editore - 1998

PREFAZIONE di Giuseppe Guarnieri (docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Bologna)

A. Del Noce, nel suo libro “L’epoca della secolarizzazione”, scrive che E. Juvalta merita di essere conosciuto per l’estremo rigore con cui cerca di definire l’idea di una morale rigorosamente autonoma nei riguardi della religione e della metafisica. Giovanni Certomà, giovane studioso calabrese, con rigore e serietà d’indagine, con questo volume ci introduce nella conoscenza del moralista italiano, analizzando alcuni temi juvaltiani come l’autonomia della morale, la possibilità di un’ Etica scientifica e l’idea di giustizia e di società giusta. Juvalta aderì al neokantismo e fu vicino al positivismo; dal positivismo si separò per l’assoluta convinzione dell’inderivabilità dei giudizi di valore dalla scienza.
Il primo tema analizzato dal Certomà è l’autonomia della morale. Secondo Juvalta la moralità deve essere autonoma. L’autonomia ha il suo fondamento nella coscienza dell’uomo. Il fondamento non può essere né una realtà oggettivamente data alla coscienza, né un fine supremo sia immanente che trascendente, né l’autorità della storia, né quella dello stato. Se l’autonomia della morale ha il suo fondamento nella coscienza, come sostiene Juvalta, bisogna trarre allora la conseguenza del riconoscimento della pluralità di criteri di valutazione morale che si presentano alle diverse coscienze con la medesima autorità. Il sottofondo pltatonico ancora presente in Kant viene abbandonato da Juvalta.
Il processo che comincia da questa autonomia finisce nella dissoluzione della morale o come sostiene la cultura post-moderna la morale si autonomizza da tutte le altre scienze e diventa morale procedurale.
La seconda questione affrontata da Certomà è la possibilità di un’Etica scientifica che Juvalta giudica “più che mai attuale”, la costituzione di un’Etica scientifica è data dalla possibilità di certe condizioni; che il fine sia umanamente possibile e che soddisfi le esigenze di un’universale giustizia anteposta dalla coscienza ad ogni altro fine. Un’Etica scientifica è tale, sostiene Juvalta, se il fine e le norme che orientano l’azione sono conformi alle esigenze della giustizia. Pertanto il criterio dell’universalità non si trova nel concetto del dovere, come sostiene Kant, ma nell’idea di giustizia.
L’Etica scientifica di Juvalta è un tipo ideale in senso weberiano. Lo stesso Juvalta ha sottolineato come le norme della sua Etica scientifica si riferiscono a condotte possibili. Se la nostra interpretazione è corretta si tratta di una scienza di tipo strumentale, cioè di un calcolo razionale dei mezzi che siano adeguati allo scopo.
Ma tutto sta o cade nella possibilità di una morale oggettiva e veramente autonoma che la coscienza non può creare ma solo scoprire. La stessa idea di giustizia e di società giusta, anche se posta come costrutto artificiale, è sempre espressione di una coscienza soggettiva che finisce per imporre le proprie pretese o tutt’al più si pone sul piano della tolleranza nel variegato mercato della morale post-moderna.
Tuttavia i limiti che abbiamo riscontrato in Juvalta non nascondono il valore della sua opera. Uno dei grandi meriti che ha un valore quasi profetico è la critica rigorosa che il Nostro muove a qualsiasi utilitarismo e ad ogni oggettivismo che voglia imporsi esternamente alla coscienza. Il primato della coscienza è per Juvalta un’esigenza imprescindibile.
Una coscienza veramente trascendentale e quindi autonoma raggiunge però il suo fine quando è illuminata dalla Trascendenza. La coscienza diventa un vero testimone d